La maschera le copriva il volto come un segreto ben custodito: velluto nero, riflessi dorati, un sorriso dipinto che non era il suo; e sotto, gli occhi brillavano di una sicurezza temeraria.
Carnevale trasformava la città in un teatro, e quella notte Eliza aveva deciso di salire sul palco.
Il palazzo che ospitava il party respirava musica soffusa e profumi mescolati, tra incenso, champagne, profumi e pelle contro pelle. Donne in lingerie e uomini con occhi affamati affollavano la sala.
Uomini e donne si muovevano lenti, avvolti da maschere elaborate e costumi che suggerivano più di quanto rivelassero. Lei sentiva ogni passo, il tintinnio e il piccolo peso nascosto sotto il vestito — il plug con la coda morbida che ondeggiava appena — era un promemoria costante, intimo, invisibile ma estremamente percepibile.
Quando attraversava la sala, gli sguardi si posavano su di lei un istante più a lungo del necessario.
Qualcuno sorrideva dietro una maschera veneziana, qualcun altro inclinava il capo, come se avesse colto il dettaglio proibito. Ma nessuno diceva nulla–
Un uomo con una maschera argentata le porse un bicchiere.
Le dita si sfiorarono, appena, con un contatto breve ma quasi… elettrizzante. La musica cambiò ritmo, accogliendo il loro scambio di sguardi con un una cadenza più lenta e profonda. La coda si mosse con Eliza quando si voltò verso di lui, seguendo il tempo – quasi come se danzasse a sua volta.
L’uomo dalla maschera argentata tornò da lei più volte, sempre senza fretta: non le aveva ancora chiesto il nome, ma d’altronde, pensò Eliza, neanche lei aveva alcun intenzione di farlo – perlomeno, non per ora. Non ancora.
A Carnevale, le domande altro non erano che una forma di spogliarello troppo rapido.
La osservava mentre parlava con altri, il bicchiere sempre mezzo pieno, lo sguardo che non la lasciava mai del tutto; e lei lo sentiva anche quando non lo vedeva.
Quando finalmente si avvicinò, le passò accanto, lento, e con un gesto quasi casuale le dita sfiorarono la coda che spuntava dal vestito, solo un semplice accenno sufficiente a farle trattenere il respiro.
«Scelta interessante», mormorò, il livello della voce talmente sommesso che solo Eliza poté sentirlo.
Eliza si voltò appena, abbastanza da incrociare gli occhi dietro l’argento della maschera con un singolo sorriso.
«Carnevale è fatto per osare», rispose con nonchalance.
La musica cambiò ritmo, e cominciarono a danzare: i corpi vicini, il calore condiviso, ogni singolo movimento percepito il triplo con il plug. Sentiva il sex toy pulsare come una seconda musica, amplificato dal modo in cui lui la guardava — non con fame, no… Ma con controllo. E questo la destabilizzava più di qualsiasi audacia.
A un certo punto lui le posò una mano alla vita, una – ferma. Come un confine tracciato apposta per essere rispettato… o superato.
Lei si avvicinò di un passo, facendolo sorridere, ma non era un sorriso di cortesia né di attrazione. Eliza poteva percepire una lieve sfida nell’aria, sottile come il filo che regge una maschera.
«Sai perché ti notano», continuò. «Non è la coda.»
Lei sollevò un sopracciglio. «Ah no?»
«È il modo in cui ti muovi sapendo che c’è.»
Lei sentì il controllo scivolarle dalle dita, e la cosa la fece rabbrividire. Si avvicinò ancora, invadendo il suo spazio. Lui non arretrò.
«E tu cosa fai», sussurrò, «quando noti qualcosa che ti interessa?»
Lui inclinò appena il capo in un gesto minimo, studiato. «Decido se merita attenzione. O disciplina.»
«E io?», chiese la ragazza. «Cosa merito?»
Ci fu un attimo di silenzio, interrotto solo quando finalmente lui le tese la mano, palmo in su. Eliza percepì immediatamente come questo non fosse un invito, ma… un test.
Lei non la prese subito, un momento di riflessione a mettere pausa al suo flusso di pensieri.
Non ci perdo niente.
Quando finalmente vi posò le dita, lo fece con lentezza deliberata. Lui chiuse la mano su di lei, con una sicurezza che non ammetteva equivoci.
«Stasera», disse, «decidi tu quanto cedi.»
Fece un passo indietro, lasciandole la mano vuota.
«Io decido cosa fare con quello che mi dai.»
La musica riprese a pulsare. Attorno a loro, il carnevale continuava ignaro.
La trascinò in un angolo non illuminato della sala, nascosto da tende pesanti e mura discrete. «Erik, comunque.»
Fu un commento quasi casuale, totalmente in contrasto con il portamento condotto dall’uomo finora, e dalle mani che, veloci, disfavano il corsetto del corto vestitino di lei.
«Eliza», respirò lei, prima di essere violentamente sbattuta al muro e trattenuta per i polsi, un bacio caldo ad invaderle le labbra.
La mano di Erik trovò facilmente appiglio lungo i suoi fianchi, percorrendo le morbide curve del lato del suo seno e quelle del culo sodo da cui spuntava, per nulla innocente, la coda che aveva catturato l’attenzione di tanti altri.
La strattonò, con una delicatezza mista a possessività, e Eliza lasciò andare un piccolo gemito di sorpresa.
Nel frattempo, l’uomo – ancora con la maschera – l’aveva spogliata del vestito, scoprendo sotto di esso un corpetto nero seducente che ben enfatizzava la carnagione dorata della donna.
«Scelta ottima», sussurrò contro il suo lobo, riecheggiando lo scambio avvenuto poco prima quando aveva commentato sulla coda.
Percorse il suo collo con dei baci, lasciando una scia di morsi e sussurri, il caldo del suo respiro alternato alla fredda sensazione della maschera.
Eliza cominciò a strusciare la gamba contro la sua coscia, un tentativo di pressione – di frizione – per cercare di trovare un accenno di soddisfazione mentre sentiva la vagina assolutamente fradicia per via della tensione sessuale che si era costruita sino a questo momento.
«Non ancora», rispose lui. «O perlomeno, non lì.»
Eliza rabbrividì, e a sua richiesta si girò facilmente, il seno prosperoso schiacciato contro il muro come unico appoggio per mantenersi in piedi.
«Sei pronta… giusto?” E così dicendo, strattonò nuovamente il plug anale, tirandolo fuori man mano, un suono silenzioso ma rimbombante nelle orecchie di Eliza mentre sentiva l’ano allargarsi nuovamente con la fuoriuscita del plug.
«Sì.» Un sussurro. «Prendimi.»
Fu questione di un attimo – e di una buona dose di lubrificante – e Eliza sentì la pressione del suo grosso cazzo contro il perimetro del suo orifizio. Si strusciò, lentamente, contro il suo culo, quasi volesse far memorizzare alle sode guance inferiori la forma della sua erezione – sospirando con ogni spinta, con ogni mossa, il movimento del bacino controllato da pura forza di volontà.
«Ora, Erik… Prendimi ora…» Totalmente disperata, Eliza non poteva neanche più fingere di avere una dignità.
Ed Erik accolse subito la richiesta, trapanandola con un singolo movimento, afferrandola per i capelli mentre la coda giaceva abbandonata sul pavimento ai loro piedi. La maschera di Erik si slacciò, cadendo anch’essa a terra accanto al plug anale, e Eliza voleva voltarsi, vedere in volto chi la stesse riempiendo senza pietà, le palle di lui che sbattevano senza sosta contro il suo culo.
Eliza non sentiva più che il suo corpo le appartenesse, come se anch’esso non fosse che una maschera, un semplice vessello per ciò che era veramente – un concentrato di desiderio sessuale, di passione, di lussuria.
Il ritmo della musica, ormai quasi soffocata dai suoni di pelle contro pelle e liquidi mischiati, sembrava aumentare con il ritmo del corpo di Erik contro di lei, finché si schiacciò contro la sua schiena, venendole dentro.
Rimasero così per un momento, ansimanti, le maschere ai loro piedi – insieme a qualsiasi sembianza di controllo.
Eliza si girò e lo attirò in un altro bacio.



































