Racconti erotici | Prova privata
Il sabato pomeriggio al centro commerciale era diventato un rituale quasi banale per me, il mio ragazzo, e il nostro gruppo di amici.
O meglio, lo stesso gruppo di amici da cui ci eravamo separati senza rendercene conto, girovagando per il fitto labirinto di scaffali, specchi, persone e carrelli.
Forse andare in settimana, subito dopo scuola, sarebbe stata una scelta più comoda, ma...
Mi guardai intorno.
Il negozio di abbigliamento che avevamo intelligentemente deciso di visitare nei suoi primi giorni di apertura era un brand famoso a livello internazionale, certo, e questo era uno dei motivi per cui non vedevamo l’ora di dargli un’occhiata; ma ripensandoci, avevamo decisamente sottovalutato il flusso di persone, e ora ci ritrovavamo schiacciati come sardine.
Il suono delle voci della gente aveva cominciato ad assordarmi le orecchie, ma ero decisa nel provare l’elegante vestito che avevamo visto appena entrati: rosso bordeaux, lungo, con la stoffa che si arricciava graziosamente sui fianchi, terminando in un piccolo fiocchetto sul lato destro – da cui si apriva poi in una provocante spaccatura laterale che accennava a una promessa.
Le spalle scoperte, il tessuto morbido (perfetto per l’estate), la chiusura a zip nascosta sul dorso.
Un vestito fatto per essere desiderato.
Probabilmente io e Marco ci eravamo fermati ad ammirare quel vestito troppo a lungo, perché quando finalmente ci guardammo intorno, i nostri amici si erano dileguati, attirati da altri reparti; ci saremmo sicuramente poi risentiti per decidere a quale fast food mangiare qualche ora dopo.
“Voglio vedertelo addosso.”
Venni distolta dai miei pensieri dal tono caldo, basso, complice di Marco. Sentii un brivido corrermi lungo la schiena, e l’anticipazione riempire i miei pensieri.
Sapevo che Marco amasse questo taglio su di me, la linea del collo scoperta, il tessuto che mi accarezzava e delineava la curva del seno. Lo sguardo con cui mi seguiva lo diceva chiaramente. La sua mano, la presa leggermente più stretta sul mio fianco, ne era la conferma.
Non me lo feci dire due volte. Presi l’abito nella mia taglia e mi avviai verso i camerini… prima di fermarmi. Guardai oltre la mia spalla. “Vieni con me? Ho bisogno d’aiuto con la zip.”
La vera natura della richiesta era sospesa nello spazio tra di noi: retorica, carica di anticipazione, a cui la risposta non poteva essere che un semplice:
“Certo.”
Dentro il camerino, lo spazio era stretto: il silenzio smorzato solo da qualche passo fuori, il fruscio degli abiti appesi, voci sommesse qualche metro più giù. La tenda, come unico separè dal mondo esterno, si muoveva leggermente ogni volta che qualcuno passava davanti il nostro camerino.
Mi spogliai con calma, lasciando cadere i jeans e la maglia con gesti naturali, senza fretta, con una lentezza carica di intenzione. Con la coda dell’occhio, vidi Marco che mi osservava in silenzio, la fame negli occhi a malapena trattenuta.
Presi l’abito e lo lasciai scivolare lungo il corpo: il tessuto mi abbracciava le curve, seguendone ogni linea con obbedienza. Raccolsi i miei capelli con una mano, spostandoli delicatamente oltre la spalla e scoprendo la schiena. “Me lo chiudi tu?” chiesi, la voce bassa.
Marco si avvicinò, le dita che mi sfioravano la pelle nuda mentre faceva scorrere la zip con lentezza. L’abito si chiuse perfettamente, ma la mano di Marco esitava sulla mia schiena, salendo su fino a sfiorare la mia nuca, con una morbidezza ed ammirazione tale che sembravano rasentare la venerazione.
Mi lasciai scappare un sospiro di piacere alla sensazione, prima di voltarmi e lasciare scivolare le dita tra i lembi di stoffa che definivano lo spacco, portando avanti la gamba in maniera seducente. “Come mi sta?”
Non feci in tempo a finire la domanda.
Il mio sorriso malizioso venne immediatamente coperto dalle labbra di lui, e schiusi le mie per accoglierlo in tutta la sua foga, permettendo alla sua lingua di esplorarmi. Divorarmi.
Anzi, riflettei assentemente, ha avuto più autocontrollo di quanto mi aspettassi.
Un’esalazione di aria, un battito di tempo, e la sua lingua si era spostata nell’incavo del mio collo. Le sue mani erano ritornate sui miei fianchi, con un’insistenza e desiderio che faceva il suo tocco suggestivo di poco prima impallidire al confronto. Percorrendo i miei fianchi, avevano cominciato a risalire, con sempre meno esitazione, verso la zip.
Marco abbassò la zip con mani tremanti, quasi in balia della frenesia di prendermi sedutastante.
“Ho cambiato idea su questo vestito. È un… problema,” le labbra di lui erano risalite lungo il lato del mio viso, e la sua voce era un sussurro. “Ti voglio troppo, quando lo indossi.”
“Quando lo indosso?” Inclinai la testa, e la bocca di Marco si chiuse intorno al mio lobo. “E quando lo tolgo?” mormorai, un sorriso che non riuscivo più a trattenere. Le sue mani avevano cominciato a scivolare lungo le mie braccia, portando giù le spalline.
“Lo sai benissimo…” Respirò Marco, prima di spingermi bruscamente contro lo specchio.
Immediatamente, chiuse nuovamente la distanza tra di noi, la sua bocca ancora una volta sulla mia. Le mani sul tessuto, che ormai stava scivolando via, lasciandomi quasi nuda tra le braccia di lui, salvo per l’intimo.
Le mie gambe si strinsero, ma Marco posizionò il suo ginocchio tra di esse, divaricandole appena.
Non avevamo così tanto tempo da perdere.
Intanto, dovevamo sicuramente fare qualcosa per l’erezione che premeva contro il cavallo dei suoi pantaloni, e il mio ardente desiderio di essere presa ora, contro lo specchio, in uno spazio semi pubblico, con persone oltre le sottili pareti del camerino e al di là della frivola tenda. E dovevamo ancora rincontrarci con i nostri amici…
“Mi fai impazzire.”
Marco doveva aver percepito la voglia nei miei occhi. Il suo corpo sembrava aderirsi al mio come se le nostre curve fossero fatte apposta per combaciare l’una con l’altra, al punto tale che non avrei potuto dire dove finisse un corpo e cominciasse l’altro.
Le sue mani erano scese oltre i miei slip in pizzo a V, afferrando con forza e massaggiando la curva piena dei miei glutei, stringendomi e portandomi sempre più contro di lui.
Flèche de tong noire
Il mio fiato si fece corto, e decisi di prendere in mano la situazione.
Avvolsi le braccia intorno al suo collo, attirandolo ancor più verso di me. Un sussurro. “Prendimi.”
Uno slacciamento della cintura, di bottoni, una zip abbassata – e il sesso di Marco si presentò in tutta la sua gloria, duro, teso, pronto per me.
Dal canto mio, ero già bagnata, pronta ad accoglierlo nelle calde labbra della mia vulva, dentro la mia vagina che sembrava esistere solo per il suo cazzo, e la mia eccitazione salì al prospetto di prenderlo tutto dentro di me. Senza preamboli, preliminari, né parole.
Mi sollevò con forza, e mi aggrappai alle sue spalle mentre le mie gambe avvolgevano la sua vita.
Un singolo sguardo di intesa, e subito dopo – mi penetrò con un solo colpo, profondo, deciso.
Trattenni un gemito contro la sua bocca, mordendogli piano il labbro inferiore. Il movimento lento si tramutò lentamente in un ritmo più costante, più veloce, ogni affondo più profondo dell’altro, le mani di Marco che esploravano la mia pelle come se fosse la prima volta che mi avesse mai visto così: nuda, vulnerabile, sua.
“Sei bellissima…” sospirò Marco, aumentando il ritmo e succhiando il lato del mio collo. L’intensità dei suoi movimenti, la voce di lui, e la consapevolezza del fatto che stavamo facendo sesso in un luogo pubblico mi tolse il fiato.
“Così… Non fermarti…”. La perfetta sincronia del movimento dei nostri corpi era incredibile.
Mozzafiato.
E il sordo dei colpi a malapena attutito dalle pareti e dalla stoffa della tenda sembrava essere un costante avvertimento che saremmo potuti essere scoperti in qualsiasi momento.
“Ah… Dio, Marco… Sto… Sto venendo”, sussurrai con voce strozzata.
L’orgasmo mi prese con una violenza silenziosa ma travolgente, e premetti il mio viso contro il suo collo, mentre serravo le gambe intorno a lui come per bloccarlo lì. Una richiesta di essere riempita.
Marco mi seguì poco dopo, soddisfando la mia implicita supplica con un aumento del ritmo e affondi più profondi, come ad assicurarsi che il suo seme caldo rimanesse tutto dentro di me.
Gemendo a denti stretti, la presa delle sue mani intorno alle mie cosce si era fatta ancora più forte: avrebbe sicuramente lasciato dei segni dopo, e il solo pensiero quasi mi eccitava ancora di più.
Volevo essere marcata come sua in ogni modo possibile.
Anche nello spazio angusto di un camerino.
Marco mi baciò sulla fronte, ancora dentro di me. “Credo proprio che questo vestito non lo riappendiamo.”
Sorrisi, ancora ansimante. Notai con piacere che non c’era una singola doccia di sperma sprecata per terra, o sul vestito. “Ovviamente lo prendiamo.”