"Non passa più..."
Guardo con crescente irritazione il presunto orario di arrivo dell'autobus, che sembra continuare a ritardare con ogni minuto che passa.
La pioggia scrosciante oltre la pensilina della fermata non bastava ad annegare i miei pensieri vaganti: mi ero rimessa insieme recentemente con il mio ragazzo, ma potevo percepire ancora chiaramente un senso di distanza e tensione tra noi due...
E adesso, con il ritardo del bus, avrei anche dovuto giustificare le sue divise di lavoro ancora appese sullo stendino, completamente inzuppate. Non avevo fatto in tempo a ritirarle stamattina, ma a mia difesa c'era ancora il sole prima che uscissi!
"Scusa, sai a che ora passa?"
Una voce mi distrae dai miei pensieri, e rispondo automaticamente, con voce scocciata: "Vorrei saperlo anche io!"
Ops, cerco di correggere il tono, ma vengo interrotta da una risata fragorosa, ancora più della pioggia.
"Almeno vuol dire che non l'ho perso, allora." Lo guardo: è un uomo sulla trentina - quindi più o meno siamo coetanei - vestito in un completo da ufficio. Guarda l'orologio sul polso, con un'espressione pensierosa, ma il suo linguaggio corporeo non sembra tradire alcuna fretta.
Anche i suoi indumenti, seppur zuppi, gli donano un'aura attraente, e le ciocche ribelli dei suoi capelli ricci gocciolano delicatamente lungo il suo viso, con una lentezza tale che il solo vederle percorrere il suo profilo placa la mia agitazione.
I nostri occhi si incrociano, e Dio, sicuramente mi ha visto mentre lo fissavo, e distolgo lo sguardo, cercando di mostrarmi il più casuale possibile. Lui continua a guardarmi, e sento le guance bruciare sotto l'inaspettata attenzione.
"Dovrebbe arrivare tra poco... O almeno così dice--" Da quaranta minuti.
Una macchina sguizza davanti a noi, schizzando tutta l'acqua della pozzanghera creatasi sotto il marciapiede della fermata addosso a noi.
"Ci mancava solo questa." Borbotto, cercando di tenere un tono leggero. Fortunatamente l'acqua era ancora pulita - non troppo infangata - quindi forse sarei riuscita a tornare a casa in un aspetto sufficientemente presentabile...
"Ahem."
Il suono mi riporta all'attenti, e vedo l'uomo accanto a me togliersi immediatamente la giacca... Per poi poggiarla sopra le mie spalle.
Lo guardo, confusa. "È bagnata ed aggiungerebbe solo peso", comincia a spiegare, "ma... la tua camicia... è praticamente trasparente ora..."
Continuo a guardarlo, confusa. Scoppio a ridere.
"No, scusa, hai ragione. È solo che... era tanto tempo che non venivo trattata con tanta cura. Non me l'aspettavo, ecco. Grazie."
Stringo la giacca a me, coprendomi il più possibile. La sua taglia era probabilmente di almeno due taglie più grandi rispetto a quella del mio ragazzo.
Il calore simbolico del gesto superava qualsiasi imbarazzo o sensazione di freddo avessi potuto provare in quel momento.
"Se permetti," dopo qualche momento di silenzio, lo sconosciuto ricomincia a parlare, "non hai un ragazzo che ti tratta bene?"
Alzo un sopracciglio. "Sono fidanzata." Non aggiungo altro.
"Capisco... Ah, ecco l'autobus. Puoi tenere la giacca. Probabilmente ci rivedremo."
"No, dammi il tuo numero. Te la riporto appena l'avrò pulita..."
Un mezzo sorriso delinea i suoi tratti, e saliamo sul bus, inzuppati dalla testa ai piedi. Tira fuori il telefono dalla tasca del retro - fortunatamente intatto - e ci scambiamo i numeri.
--
Continuiamo a parlare con frequenza, e trovo che siamo totalmente compatibili su molti aspetti. Parlare con lui viene facile, ben più di quanto lo sia parlare con il mio attuale ragazzo... Affondo il pensiero prima che abbia modo di formarsi in maniera più concreta, e gli chiedo quando ci possiamo incontrare cosicché gli possa restituire la giacca.
--
Ore 10 di mattina, alla piazza vicino alla maledetta fermata.
Porgo a Roberto una busta contenente la giacca pulita, asciugata e stirata, tirata a puntino come fosse nuova.
"Grazie Alice, non dovevi!" La mette in macchina, parcheggiata accanto, e poi si volta nuovamente verso di me con uno scintillio negli occhi che non so decifrare.
"Hai impegni dopo questo?"
"No, niente di urgente..."
"Allora che ne dici di uscire?"
--
Mi porta al cinema, ad un ristorante, e poi ad un bistrot. Nel retro della mia coscienza, so di essere fidanzata - eppure, questa uscita che sembra più un appuntamento aveva alimentato un fuoco dentro me che non pensavo avrei più provato.
I suoi tocchi indugiavano su di me, ma mai con impazienza o aspettative. Il suo sorriso era caldo e genuino - il suo corpo muscoloso, caldo e rassicurante quando camminava accanto a me dal lato della strada.
Alle prime luci della sera, quando il sole comincia a tramontare oltre l'orizzonte, il calore nel mio cuore sembra essersi tradotto in calore tra le mie gambe...
"Stavolta posso portarti io in un posto?"
--
"È un hotel," osserva.
"Non vuoi?"
Mi guarda, pensieroso. E poi mi si piazza davanti, le mani sui miei fianchi, tirandomi a sé. Posso sentire il suo pacco attraverso i nostri vestiti premere prepotentemente contro il mio ventre.
Sento elettricità passare tra di noi, verso le mie regioni basse, tra le mie gambe.
"Ti voglio." Risponde, semplicemente.
La selezione della stanza e il viaggio fino alla porta della nostra stanza è veloce, e durante tutto il tempo mi palpeggia il culo, stringendo talvolta talmente forte che sento che potrebbe prendere la forma della sua mano.
Chiudiamo la porta a chiave dietro di noi, e mi sbatte contro di essa, tenendomi per i polsi. Il nostro respiro è affannato, e posso tagliare la tensione tra di noi con un coltello.
"Sei una persona bellissima," le sue labbra sono a centimetri dalle mie, il suo corpo premuto contro il mio, "non pensavo avresti detto di sì all'uscire."
"Ma ora - per ora - finalmente ti posso avere."