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Racconto erotico | Oltre la pioggia, parte II

15 luglio 2026 0 commenti

Le labbra di Roberto accolgono i miei capezzoli, duri e rigidi sotto il suo tocco. Rilascio un gemito, arcuandomi sotto le sue attenzioni, e lascio che le mie dita percorrano le pieghe della sua camicia, sfilandola dalla cintura dei suoi pantaloni.

 

"Haha..." Una flebile risata gli sfugge, ed alzo un sopracciglio.

 

"Soffri il solletico?"

 

"Un po'..." Ride nuovamente. Curiosa, allungo nuovamente le mani, ma Roberto mi ferma immediatamente afferrandomi il polso.

 

"Stai ferma. Ti guido io."

 

Muove la mia mano verso la sua erezione, sotto la sua cintura già slacciata, con l'unica stoffa dei boxer come superficie tra le nostre pelli.

 

"Sei già duro."

 

"Già lo sapevi," risponde, e avvolge la mia mano intorno alla sua lunghezza, guidandomi con la velocità e la pressione fino a raggiungere la completa erezione.

 

Il suo ginocchio si fa strada tra le mie cosce, premendo insistentemente contro la mia vagina pulsante, come se questa cercasse di chiudersi intorno a qualcosa.

 

Mi sento già diventare bagnata, e i miei movimenti si interrompono quando mi rendo conto che avevo bisogno di quel qualcosa subito.

 

Volevo prenderlo in bocca, assaporarlo tutto, sentire il suo glande colpire il retro del mio palato... Ma non potevo aspettare oltre.

 

Roberto sembra cogliere le mie intenzioni, perché subito si slaccia del tutto i pantaloni, mi alza la gonna del vestito, e posiziona il suo pene contro i miei slip bagnati, strusciandolo tra le mie labbra gonfie e fradicie.

 

"Lo vuoi ora?" Chiede, il respiro affannato.

 

"Sì, ti prego, Roberto," sussurro, e le sue dita si fanno spazio dentro di me, aprendomi con disinvoltura. Posso sentire la mia vagina venire divaricata senza ritegno, per accogliere una grandezza a cui non ero abituata da tempo... Per quello avevo dovuto ricorrere ad un dildo realistico gigante, per riabituarmi ad uno spessore ben più importante rispetto a quello del mio attuale fidanzato.

 

Le foto che ci eravamo scambiati nei giorni prima erano più che abbastanza per farmi realizzare che avrei dovuto allenare la mia vagina per poterlo accogliere senza troppe difficoltà.E lo avevp reso partecipe di questo allenamento con delle videochiamate, mentre mi penetravo e fottevo un dildo a ventosa chiamando il suo nome, fingendo che fosse lui, ansimando sul come fosse grosso e possente e di quanto fossi troppo stretta per prenderlo per intero...

 

La masturbazione in videochiamata era un'altra cosa che mi eccitava particolarmente, ed ero felice di averla potuta provare con lui. Ovviamente, la prima volta - prima che gli ridessi la giacca - mi aveva chiesto se lo facessi sdraiata su di essa, guidandomi su quante dita mettere dentro, come inclinare il fallo, con quanta velocità... Come se fosse il suo.

 

L'odore della sua giacca, i ricordi di quel giorno e di quel suo sorriso disinvolto, la gentilezza e la cura con cui non ero mai stata trattata fino ad allora - mischiati al mio piacere fisico, mi avevano fatto venire con un orgasmo quasi debilitante.

 

"Stai pensando ad altro," Roberto mi sussurra all'orecchio, e mi rendo conto di avere già tre dita dentro, intente nell'allargarmi il più possibile.

 

"Sto pensando a te," rispondo, onestamente.

 

"Cazzo, Alice," ride, nuovamente, e la sua risata è cristallina e innocente, e non mi prepara a lui che allinea il suo cazzo e lo spinge lentamente dentro di me.

 

L'entrata è lenta, e ringrazio il cielo di essermi preparata prima. Per quanto realistico, nulla poteva compararsi con il definitivo calore e durezza di un cazzo vero, e stringo le lenzuola tra le dita mentre mi riempie centimetro per centimetro.

 

Con un sussulto, lo prendo tutto, e rimaniamo fermi per qualche secondo per abituarci alla sensazione dell'altro.

 

"Sei strettissima," sospira Roberto. Con infinito sforzo, si muove lentamente dentro di me, usando i miei gemiti come guida su quanto intensamente potesse andare.

 

"Più veloce, più forte... Ahh... Hah..." Mi fotte sempre più intensamente, sbattendo le sue palle contro il mio sesso, premendosi contro di me alla fine di ogni affondo, come a provare che il freddo di quella sera non fosse che un preludio al calore che avremo condiviso insieme adesso.

 

Siamo ancora praticamente vestiti, se non per le nostre metà inferiori che si incontrano e distanziano ad un ritmo frenetico, quasi animalesco, ed il letto sotto di noi che cigola senza sosta.

 

I suoi baci diventano più caotici, e dalle labbra passa al collo, all'orecchio, ai miei occhi, e nuovamente alle mie labbra, e inarco il mio fondoschiena ad ogni affondo per venirgli incontro, farlo entrare più in profondità. Vengo intorno a lui, stringendo il suo fallo con le mie pareti, e il mio corpo ha uno spasmo mentre urlo il suo nome.

 

Dopo qualche altra spinta esce fuori, il respiro affannato, e lo guardo mentre il mio petto si alza e riabbassa, il mio seno che brilla con il sudore. "Stavo per venire... Non... non posso dentro... Non ho messo il preservativo," per la fretta, pensai, ma finalmente potevo soddisfare il mio desiderio di prima.

 

Gattono verso di lui, spingendolo sul petto per farlo adagiare sulla schiena.

 

"Ora è il mio turno," penso, e avvolgo prima il suo glande, poi il suo fallo, con la mia bocca. La lingua è piatta contro la sua lunghezza, e gli faccio un pompino dapprima delicato, poi sempre più aggressivo mentre lascio che mi fotta la bocca come se fossi la sua vagina personale.

Mi viene in bocca, e lo ingoio tutto, senza sprecare una goccia.

 

Fuori, il cielo si era annuvolato - come al nostro incontro, sere fa.

 

Fortunatamente, non avevamo piani di andare da nessun'altra parte.

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