Le coltri della nebbia avvolgevano le mura del maniero, celandolo nell’oscurità della notte – la luna, nascosta dalle nuvole, non era illuminazione abbastanza per definire il profilo dell’edificio, stagliandola come vaga silhouette agli occhi di Elena.
La giovane donna – una giornalista di 33 anni – sapeva perché avesse accettato l’invito: era un potenziale scoop che avrebbe rivelato la risposta ad alcuni misteri e gossip che circondavano la figura dell’uomo che era attualmente al centro dell’attenzione, Adrian.
Una persona di alto rango, dai lineamenti severi e il portamento di un gentiluomo, che sembrava provenire da un’epoca diversa, passata. Il trading business era completamente nelle sue mani, e aveva monopolizzato tutta l’economia della regione; che avesse qualche nemico che volesse infangare il suo nome non era una sorpresa, ma qualcosa di più profondo sembrava celarsi sotto la sua improvvisa, intensa comparsa nella vita quotidiana del paese.
Ed Elena non era una da lasciarsi sfuggire le occasioni, dove ce n’erano.
Il portone non aveva citofoni, solo una maniglia ad anello in stile barocco; la usò per bussare. L’ottone risultava gelido al tocco.
La porta si aprì al principio del secondo rintocco.
“La aspettavo. Prego, si accomodi pure.”
Elena lo guardò. I suoi capelli ed occhi erano di un nero talmente profondo che rivaleggiava quello del cielo notturno, ma le sue iridi riflettevano uno sprazzo di rosso sangue quasi surreale.
Adrian l’aveva elegantemente escortata: oltre i lunghi corridoi, ornati da finestre vetrate in stile gotico da cui entrava misteriosamente la luce della luna che da fuori non era stata visibile.
Oltre le sale, dalle porte chiuse, oltre cui si poteva intravedere lo spiraglio di luce da sotto le imponenti ante in legno. I brusii e la musica si affievolivano con ogni loro passo avanti, quasi fossero semplicemente rimasugli di ere passate.
Oltre le scale, i suoni dei loro passi attutiti dal tappeto rosso che le ricopriva.
Dentro una stanza, lussuosa, decorata in vecchio stile, il divano in stile rococò che troneggiava al centro della sala, una scrivania in mogano a lato, penne in piuma e un forte odore di inchiostro e carta.
“Deve vestirsi nella maniera appropriata”, era stata la sua spiegazione quando Elena gli aveva rivolto uno sguardo confuso.
Certo, una stanza privata era il luogo più appropriato per condurre un’intervista, lontana dal caos della gente e la musica classica che aveva sentito poco prima.
Quello che Elena non si aspettava, tuttavia, era che sotto la sua guida delicata – manipolazione, l’avrebbe definita ora – si era ritrovata agghindata in…
Il corpetto in pizzo enfatizzava le sue forme.
Le autoreggenti la slanciavano, facendola sembrare più alta di quanto effettivamente fosse.
Come se non bastasse, le aveva gentilmente piazzato una gag ball tra le labbra.
“Si fidi, è necessario per… quello che deve scrivere.”
E con quella frase, le aveva coperto gli occhi con una maschera.
Elena non si era mai ritrovata in una posizione così sottomissiva.
La gag ball ostruiva il suo respiro affannato. La maschera, rimuovendole il senso della vista, sembrava aumentare a dismisura la sensibilità di tutti gli altri sensi.
“Dimmi cosa vuoi.”
Il suo membro eretto la riempiva oltre ogni limite che lei credesse possibile. Non pensava che la sua vagina fosse capace di accomodare dimensioni del genere – e con ogni suo affondo, si sentiva lacerare. Ma ad accompagnare la sensazione, non era dolore, no – o meglio, non solo.
Ogni gemito di dolore aveva il piacere intrinsicamente collegato. Gli schiocchi del frustino sul sodo culo della giovane donna erano accompagnati da strattonate ai suoi capelli, legati.
“Non ti ho sentito.”
Le afferrò i capezzoli attraverso il corpetto, tormentandoli con leggere carezze che non erano abbastanza violente per stimolarla in questo momento, ma il cui contrasto rendeva il tutto ancora più eccitante.
“Adrian…”
Un’altra sculacciata, stavolta a mano aperta. Elena soffocò un piccolo urlo di sorpresa, e piacere.
“È ‘padrone’ per te.”
“Padr– AH! Ah, ah… Sì, lì, sì…”
“Ha.” Uno sbuffo, e Adrian improvvisamente rallentò – anzi, si fermò del tutto. Elena imprecò sottovoce.
“Non penso tu abbia capito la situazione.” Si chinò in avanti, solleticando con il respiro le orecchie sensibili di Elena. “Non sei tu che hai il controllo su dove, o come,” e tirò i suoi fianchi verso di sé, la loro unione uno schianto di pelle contro pelle, “hah, viene fottuta.”
“Però, hmm. Hai ragione.” Allentò di poco la gag ball, il giusto per permetterle di essere comprensibile mentre cercava di parlare.
La spinse in avanti, verso il divano, a cui Elena si aggrappò per pura disperazione. La posizione a pecorina era perfetta per ottenere l’angolazione che l’avrebbe portata all’orgasmo, ma se aveva imparato una cosa da Adrian, era che l’edging era il suo fetish preferito.
“Ad– Padrone. Voglio,” si corresse, “desidero che mi venga dentro. Riempimi, ah, del tuo seme.” Le spinte si fecero più profonde, più consistenti, più intense. “Per favore.”
Adrian le diede uno schiaffo sul culo.
“La supplico.”
Le afferrò la nuca, premendo sul suo fragile collo. Elena boccheggiò quando sentì il peso di lui premere su di lei, trasmettendole non calore, ma un freddo surreale che non sarebbe dovuto emanare da un normale corpo umano.
Rabbrividì.
“Mi faccia venire.”
Le morse il collo, traendo sangue con il canino. Lo leccò delicatamente poco dopo, quasi a cercare di lenire il dolore della ferita, ma venne susseguito immediatamente da un altro morso.
L’erezione sembrò trarre più vigore da questo atto, quasi come se l’esistenza di lui assorbisse energia vitale dal sapore di lei.
Con ogni spinta, dentro, sempre più profonda, Elena barcollava: a fatica riusciva a tenersi in piedi, il suono dei tacchi a stiletto che echeggiavano nelle mura vuote del palazzo.
L’assenza della vista causata dalla maschera sembrava amplificare i suoni, e con essi il suono del respiro affannato di lui mentre la prendeva da dietro, il suono della stoffa del corpetto, i loro sessi che si incontravano in un continuo, eterno rendezvous di pelle contro pelle, schiaffi, carezze.
Se questa era la casa del Diavolo, Elena sarebbe andata felicemente in inferno.
Non sapeva quando, ma Adrian aveva nuovamente stretto la gag ball, mentre il suo ritmo si era fatto più erratico e violento. Le sue palle sbattevano contro il culo sodo della donna, e le sue mani – grandi, fredde – la tenevano per i fianchi, ad accompagnare il suo corpo incontro ad ogni spinta, a far prendere sempre più della sua lunghezza, il suo sesso eretto che sembrava squarciarla da parte a parte. Elena era sicura che se avesse messo una mano sul proprio addome, avrebbe potuto sentire e vedere la silhouette del membro di lui.
La mano di lui scivolò lungo il suo addome poco dopo, quasi avesse udito i suoi pensieri. E poco dopo, posizionò le dita sul clitoride, e poi, un gesto.
“Vieni.”
Era un comando. Il solo tono autoritario fu abbastanza per assecondare quell’ordine: il corpo di Elena reagì, ubbidì, quasi in automatico, e la sua vagina si costrinse intorno a lui mentre veniva e, per Dio, stava squirtando.
Udì un hmm di approvazione dietro le sue spalle, mentre Adrian la guidava tra le ultime onde del suo orgasmo, cavalcandole lui stesso.
Elena ansimò. Quello che doveva essere un semplice articolo per la sua colonna sarebbe probabilmente diventato il capitolo più intenso della sua vita sessuale, a giudicare dalla velocità in cui l’uomo si stava riprendendo.
Nel maniero dove il tempo sembrava essersi fermato, sembrava che la loro notte sarebbe durata in eterno.